Il Santuario di Santa Maria dell’Isola



Tropea, antica città del Tirreno Calabrese, oggi nota largamente per la sua rilevanza turistica, è sorta tra il VI-VII secolo su un grosso frammento di roccia, staccato dal retroterra e ad esso congiunto solamente in un punto, l’attuale Porta Nuova. In origine era difeso naturalmente da una elevata e larga cresta della stessa roccia in gran parte demolita in età storica, ma della quale rimangono cospicui avanzi nelle costruzioni che affiancano la detta Porta Nuova.
Sul lato nord esistono, staccati dalla massa principale, altri due grossi frammenti di roccia, uno è lo Scoglio San Leonardo, l’altro quello di Santa Maria dell’Isola. Il complesso è eccezionale per il suo alto valore paesaggistico e visivo, e rientra in un ampio scenario panoramico che va da Punta Riaci e Punta Zambrone.
Lo scoglio detto l’Isola, era un tempo tutto circondato dal mare. Da qui il suo nome storico, rimasto immutato nel tempo. Era anche molto più esteso di quanto lo sia attualmente. Prova ne è lo specchio marino retrostante.Osservandolo, infatti, dal punto più interno, si evidenziano le vasti basi sottomarine. La corrosione degli agenti naturali, gli eventi sismici nel tempo e l’intervento dell’uomo, volti a mettere in sicurezza i bagnanti, lo hanno consegnato a noi nella configurazione attuale.





Effigi della Sacra Famiglia che si venerano nel santuario di Santa Maria dell'Isola
Tropea (VV).

  • Cenni storici

    L'isola ha attirato l'attenzione di spiriti contemplati in età altomedioevale, quando in Calabria il monachesimo era fiorente, ma espanso in espressioni di religiosità personale e non organizzata o disciplinata. Sulla collina che s’innalza alle spalle di Tropea, nomata Sant’Angelo, già al tempo di San Gregorio Magno si era formata una comunità monastica occidentale della quale è fatto cenno nell'epistolario del grande Pontefice. Forse altre ancora se ne erano formate nella zona ai primordi della cristianità. È quindi comprensibile che l'Isola abbia attirato l'interesse di spiriti contemplativi fin dall'Alto Medioevo. Erano ricercatori di solitudine e di comunione profonda con Dio. Lo scoglio, circondato dal mare da ogni lato, era di per se stesso luogo di solitudine e di stimolo alla preghiera ed al raccoglimento.
    Quando ciò avvenne?
    Secondo il cronista locale Francesco Sergio, il quale ha raccolto delle tradizioni locali tramandate ai primi del Settecento, fin dall'Alto Medioevo, vi esisteva una comunità basiliana denominata Menna. Tuttavia questo risulta essere inverosimile in quanto le comunità monastiche di rito greco, cosiddette basiliane, si insediavano in luoghi facilmente raggiungibili dalla gente che spesso costruiva le proprie abitazioni attorno al monastero stesso. È più probabile, quindi, che lo scoglio dell'isola fosse abitato, intorno al VII-VIII secolo, da eremiti. Questi, isolandosi dal mondo civile, si dedicavano ad una vita contemplativa e ascetica.
    Giacché le prime indicazioni scritte dell’uso dello scoglio per finalità monastiche risalgono all’XI secolo, tutto ciò che è precedente deve essere considerata come ipotesi storica.
  • L’Isola e l’Abbazia di Montecassino

    La città di Tropea come tutta la Calabria, dopo la riconquista di Giustiniano, era posta sotto la giurisdizione ecclesiastica ed amministrativa di Bisanzio. Tale potere aveva una vasta base nella forte presenza monastica basiliana in Calabria, che si esprimeva nella lingua e nella liturgia greco-bizantina.
    Nel giugno del 1059, Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, condottiero normanno, si lanciò alla conquista della terra di Calabria appoggiato dal papa Niccolò II e dal fratello Ruggero. Una volta raggiunto l’obbiettivo dell’impresa, il Guiscardo tentò di recidere i vincoli che ancora legavano i suoi recenti acquisti a Bisanzio con mezzi a volte disumani e non atti a riconciliare il favore della gente. Massacrò intere comunità di monaci greco-bizantini (esempio ne è la Cattolica di Mileto) che non si allineavano ai suoi ordini di abbandonare il rito greco in favore di quello latino.
    Resosi conto però di non ottenere nulla, cambiò presto strategia. Intorno al 1060 iniziò l'impianto nel meridione e in Calabria di un monachesimo latino, favorendo l'insediamento di comunità monastiche occidentali. A tal fine si servì di comunità benedettine di sua fiducia, giunte dalla sua terra di origine e guidate dall'abate Robert de Grantmesnil, e dell’appoggio dell’abate di Montecassino Desiderio, il futuro papa Vittore III e cugino di Sichelgaita, sua seconda moglie.
    Costruì nel lametino l'abazia di Sant’Eufemia che divenne, poi, centro di diffusione del monachesimo latino in tutta la Calabria e in Sicilia.
    Molto probabilmente è di quegli anni la donazione all’Abbazia di Montecassino di una chiesa dedicata a Santa Maria de Tropea, con tutte le sue pertinenze. Se ne trova testimonianza sulle formelle di bronzo del portone della Basilica di Montecassino. Tali formelle furono fuse a Costantinopoli nell’anno 1066 su commissione dello stesso abate Desiderio.
    In una di questa vi si trova incisa la scritta S. Maria de Tropea, cum omnibus pertinensiis suis.
    Questa testimonianza è importante perché, da un lato, segna il passaggio dal rito greco-bizantino a quello latino presso l’Isola e dall’altro ne conferma il fatto che lo Scoglio e il Santuario di Santa Maria dell’Isola è, ancora oggi, una delle più antiche proprietà dell’Abbazia Cassinese.
    Il diritto di Montecassino su Santa Maria di Tropea ebbe il riconoscimento della sede Apostolica romana. Un documento di Papa Urbano II del 27 marzo 1097 ne fa cenno classificandola come cella monastica dipendente dall’Abbazia di Montecassino nella bolla che conferma i diritti, i beni ed i privilegi già goduti dal cenobio cassinese.
  • L’edificio

    In assenza di documenti scritti, la testimonianza diretta potrebbe essere, anche se in forma strettamente ipotetica, la struttura muraria dell’edificio stesso.
    Si tratta di un edificio atipico che prospetta una vicenda costruttiva e ricostruttiva complessa ed evidenzia una struttura fondamentale e primitiva, dunque, di problematica lettura.
    Lo schema tipologico della piccola costruzione a sviluppo centralizzato, quadrilatero, con vano unico nello spazio centrale e un deambulatorio ai lati, delimitato da pilastri con archi d chiuso a botte. Non è facile reperire uno schema planimetrico di riferimento nell’architettura medievale bizantina. Di tale edificio resta, ben leggibile, solo un lato per intero e parte di un altro di esso emanazione ad angolo.
    L'edificio è stato sconvolto in età umanistica per immettervi un altro edificio di forma occidentale, basilicale, più adatto delle attività liturgiche e comunitarie latine.
    Vari eventi sismici hanno contribuito a molti rimaneggiamenti della struttura originale, ultimo il terremoto del 1905.
  • Il culto della Vergine dell'Isola

    La devozione alla Madonna dell’Isola nasce, molto probabilmente, in epoca bizantina. Per lunga tradizione sembra che il riferimenti di questo culto fossero due: uno nella cripta esistente nella Chiesa, l'altro a metà della scalinata d'accesso, dove questa fa angolo, e dove vi si può ammirare una piccola edicola con la scritta in latino “locus ubi steterunt pedes eius”. Si riferisce all'uso immemorabile di portare i sofferenti di disturbi gastrici e di stenderli sul masso retrostante. Si racconta che numerose erano le grazie di guarigioni.
    La tradizione orale narra la leggenda di una statua lignea della Madonna giunta per mare, al tempo dell’Iconoclastia. L’imbarcazione che trasportava l’effige, tirata a secco dietro l’Isola, rimase immobilizzata miracolosamente. Solo quando questa fu scesa a terra, i marinai poterono riprendere la loro navigazione. In città se ne diffuse immediatamente la notizia allorché il vescovo e il sindaco, giunti alla marina, decisero di collocare la statua in una piccola grotta naturale dello scoglio dell’Isola. Ciò risultò essere difficile a causa dell’altezza della stessa effige che era maggiore della nicchia. I due concordarono e incaricarono un falegname di farla segare a metà. Al semplice tocco la sega si spezzò e il malcapitato falegname rimase con le braccia paralizzate. Vescovo e sindaco caddero morti.
    La madonna, comparsa in forma tanto tragica, volle subito prendere una forma più benevola e del luogo ove poggiarono i suoi piedi, ne avrebbe fatto un posto ove dimostrare il suo amore per i sofferenti. Da qui l'uso di portare gli ammalati e stenderli sul masso roccioso e le molte guarigioni che se ne ottenevano.
    Molto più verosimilmente, però, all’interno della piccola chiesa dell’Isola veniva venerata un’icona della Vergine Maria così come era ed è uso nel mondo greco-orientale.
    Tale devozione è giunta ai giorni nostri attraverso la gente di mare del territorio di Tropea i quali, ancora oggi, ne conservano l’affetto alla Vergine Santa. Molti sono coloro che ricordano la mole di fedeli che giungevano in ginocchio e sanguinanti, attraverso la ripida scalinata, fin sopra il Santuario nei giorni celebrativi della sua festa, il 15 agosto e l’8 settembre.
    Non conosciamo la realtà iconografica dell’icona venerata all’Isola. Sappiamo solo, da documenti, che in un determinato periodo storico era chiamata Sancta Maria ad Praesepe.
    L’attuale gruppo di statue, raffiguranti la Sacra Famiglia e poste sull’altare, è un’opera del Settecento: teste, mani e piedi in legno scolpito e, fino agli anni Cinquanta, abiti di stoffa ricoprivano il resto.
    L’Abate Ildefonzo Rea volle far consolidare le suddette statue “manichino” a Roma.
    Queste, quando tornarono a Tropea, furono accolte dall’allora rettore e dai fedeli. È qui che nasce, molto probabilmente, la tradizione della processione in mare del 15 di agosto.
    Ogni anno, infatti, nel pomeriggio di questo giorno dell’Assunta, le effigi vengono scese a spalla dal Santuario alla spiaggia del cosiddetto “Mare Picciulu” dove vengono imbarcate su di un peschereccio di pescatori tropeani. Avviene, così, la processione in mare da una punta all’altra dello specchio d’acqua che bagna Tropea, Parghelia e Zambrone.
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